Archivi categoria: pezzi

Mi mancherai, c’era scritto.

Ti sei commossa poco tempo fa leggendo una scritta alla stanzione, “Mi mancherai” diceva.

“Perchè ti sei commossa?” ho chiesto “Perché nessuno mi ha mai amato così” dicevi tu.

Nella tua risposta c’era però una bugia di fondo, una bugia detta ingenuamente e che probabilmente, se le cose non fossero andate come sono andate io non avrei mai colto. Non basta “essere amati così” ma bisogna essere amati così da chi vuoi lo faccia.

Se una persona di cui non ti importa niente ti ama così, ahimè, non te ne fai proprio niente. Al massimo può farti piacere per un po’, ma poi il piacere diventa fastidio o difficoltà a gestire un amore non corrisposto. Alla decima lettera d’amore che l’altra persona “che ti ama così” ti scrive tu che fai? Ci incarti il pesce nella migliore delle ipotesi.

E’ facile infondo, è tutto qui:

The greatest thing you’ll ever learn is just to love and be loved in return.

Non basta essere amati, bisogna amare anche.

Avrei fatto di più di una scritta accanto ai binari io, avrei sopportato e amato serate tisana e smalto, avrei comprato stock di guanti per pulire i piatti, avrei cambiato città e guardato il calcio in televisione e ti avrei amata ogni giorno, ti sarei stata fedele…e forse la cosa più grande la sto facendo ora, essendoti comunque fedele, in silenzio.

Ma cosa puoi fartene tu? Nella migliore delle ipotesi incartarci il pesce.

Arriverà il momento il cui qualcuno ti scriverà “Mi mancherai” sulla banchina di Albate e tu ti sentirai la persona più fortunata del mondo. Arriverà il momento il cui lo scriverò io a qualcuno e mi verrà detto “nessuno mi aveva mai amata così”.

Incondizionato

Che tu mi copra di insulti, di pedate, di baci, di abbandoni, che tu mi lasci e poi torni senza un perché senza un variare di senso nel largo delle mie ginocchia a me non importa perché tu mi fai vivere perché mi ripari da quel gorgo di inaudita dolcezza da quel miele tumefatto e impreciso che è la morte di ogni poeta.

Alda Merini

Nessuna notte è infinita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita” 

Avrei dovuto ripetermelo e ripeterglielo 100, 1000 volte quei giorni in cui o per il caldo o per paura che entrassero i suoi genitori in camera mi sono privata di dormire attaccata a lei. Ma come avrei mai potuto immaginare che sarebbero state le ultime notti insieme?

Mi sento incompleta di giorno senza di lei ma di notte non sono solo incompleta, sono niente. Notti bastarde, notti di ricordi talmente intensi che sembrano realtà tangibile, notti di “se” che ti bloccano lo sterno. Poi succede che mi addormento e quando mi sveglio ricomincio la mia quotidianità all’ombra di un’amore che non è ma che non posso non vivere anche solo passivamente. Lo prendo e lo vivo ostinatamente, con un rigore quasi militare, proprio io che sono stata accusata di essere incostante.

Il problema, quando la rabbia finisce, è che rimane tutto il resto, e tra il resto c’è la gratitudine. Come se fossi affetta dalla Sindrome di Stoccolma amo il mio aguzzino e lo ringrazio, lo ringrazio perché sto imparando, lo ringrazio perché sto crescendo, lo ringrazio perché sto amando e  perché sono certa che tutto questo mi aiuterà in futuro a non perdere momenti preziosi e a non pensare mai più che niente sia scontato o infinito.

Sì, perché niente è infinito, neanche la notte.

Una considerazione

Una considerazione improvvisa, breve, asciutta e dall’impatto simile ad uno schiaffo in pieno volto: il mio bisogno d’amore è proporzionale solo allo sforzo che faccio per negarlo.

 

Mai riaccendere un cellulare dopo anni in cui l’hai lasciato spento.

” Mi sono sentita Donna, in controllo, capace di fare qualunque cosa, affamata di te, perdutamente in preda al piacere e alla voglia di piacere. Eri veramente bella e mi sentivo fortunata ad averti fra le mani. Volevo lasciarti un mio segno addosso, qualcosa per aggiungere bellezza alla bellezza.”

Mai riaccendere un cellulare dopo anni in cui l’hai lasciato spento. Certe cose  anche a distanza di anni possono sconvolgere.

Dove dovrei essere? Non qui.

On air: Paradise – Coldplay

Dovrei essere in macchina, seduta accanto al guidatore, forse un po’ addormentata.

Occhiali da sole, braccio fuori dal finestrino e profumo Calvin Klein che, come sempre, mi fa sentire in un posto sicuro.

Dovrei essere in macchina, direzione Torino. Torino è’ una città che da un anno a questa parte è diventata contenitore di troppe cose: idee, progetti, persone che sono pezzi di vita più che altro.

Ero in Spagna quando uscì l’ultimo cd dei Coldplay, e Dio solo sa quanto mi piacque. Ci sono musiche che sono come persone, te ne innamori fin dal primo istante, e lasciarle andare è a dir poco impossibile.

Quando ero in Spagna di cose strane ne sono successe, amori altalenanti e paralleli, convinzioni che crollano, mattoni su mattoni che costruiscono certezze che poi certezze non saranno. Io avevo le mie idee, pensavo di aver trovato la mia persona, e pensavo di voler condividere con lei tutto, musica compresa.

Poi io e lei con i Coldplay avevamo un ricordo particolare legato ad una notte di San Lorenzo passata a cercare stelle cadenti nel soffitto della sua camera con il naso rivolto al soffitto e “Yellow” in cuffia.

Quando uscì la data italiana e i biglietti furono messi in vendita ricevetti una chiamata proprio da quel luogo dove avevamo espresso desideri dalle stelle che immaginavamo cadere dall’intonaco:

Immagine

I biglietti c’erano, il concerto sarebbe stato nostro.

E poi cos’è successo? Quel concerto si è trasformato in un contenitore di aspettative e di speranze, di sogni anche. Immaginavo di tirare fuori un anello dalla tasca, proprio io che agli anelli sono allergica, e di comportarmi per una volta nella vita da persona adulta.

Poi il giorno di oggi, invece di avvicinarsi, si allontanava e insieme a lui si sono allontanate le persone, i sogni e tutto il resto. In quella macchina non ci sono e mi auguro di cuore che lei che  torni da questo concerto in qualche modo più libera di com’è partita.

E anche se sono l’ultima persona a poterlo fare, da qui, da camera mia, ti dedico ogni colore, ogni nota, ogni brivido che quel concerto sarà in grado di farti provare. Te lo meriti tutto, e che sia fonte di gioia e non di tristezza.

Buon concerto stella mia,

siamo state sagge a non vederci ieri, nessuna delle due altrimenti sarebbe riuscita a reggere la giornata di oggi.

Immagine

Senza lanciare segnali di bisogno

Bene, è mezzanotte.

Un rapido punto della situazione: mancano quarantotto ore, cinquantacinque per la precisione e io mi sto cagando sotto.

Ricordo le pareti di quella sala d’aspetto come se ci avessi passato degli anni interi dentro più che una sola notte. La tv era impostata sbadatamente su un programma contenitore di sketch comici di Aldo Fabrizi e della coppia Vianello Mondaini e insieme a me c’era qualche altro malcapitato che aspettava di sapere se chi stava dentro se l’era cavata, c’era un barbone poi, puzzava da morire, ma io me ne accorsi solo molto dopo.

L’idea di tornare lì mi paralizza e l’idea di non avere nessuno accanto a cui stringere la mano per tutto il tempo mi fa sentire forte e fragile allo stesso momento.

Ricordo che quando operarono mia madre al cuore, la mia famiglia, per mantenere alte le origini siciliane sgranò il rosario per tutta la durata delle otto ore. Io invece passeggiavo per i corridoi e per i giardini del policlinico con una mia amica delle superiori, l’unica che, contrariamente ad ogni aspettativa si era presentata lì per rendere meno interminabile quel tempo. 

Purtroppo non la sento più, ma le sarò in qualche modo debitrice a vita.

Mi piacerebbe ricevere senza chiedere per una volta, vorrei un sostegno perché temo di non riuscire a sostenere.

Solo una volta. Prendere un abbraccio senza dare, senza lanciare segnali di bisogno.

Che poi è assurdo, io odio abbracciare la gente, il contatto fisico (quello affettuoso, non quello sociale e scherzoso) mi paralizza ma giuro che ora pagherei oro per essere abbracciata da qualcuno, anche da uno sconosciuto, purché mi tenga stretta a se per le prossime cinquantasei ore, fino a quando non è tutto finito.

Due baci ancora, e poi sarò libera

On air: The hardest part – coldplay

Ho conservato, in questi mesi, la possibilità di baciarti.

Immagino sia patetico, ma chi non fa cose patetiche quando nessuno lo vede?

Si tratta di un burrocacao alla rosa che mi hai regalato poco prima di partire. La prima volta che mi baciasti con quello sulle labbra io, inebetita, ero lì a chiedermi come fosse possibile che qualsiasi cosa che fosse di tua proprietà potesse avere un così buon sapore.

Tu lo usavi con parsimonia, ogni tanto mi regalavi la possibilità di poter baciare due petali di rosa e io mi sentivo fortunata.

Ora che non ci sei e non ci sarai più a me è rimasto solo questo oggettino rosa, che mi hai messo in tasca qualche ora prima di prendere l’autobus. Maglietta, post it, libri, con il senno di poi stanno perdendo un po’ di valore… ma il sapore dei tuoi baci rimane qui, e lo uso come te, con parsimonia.

Aprendolo oggi mi sono resa conto di poter rivivere quest’ esperienza ancora due o forse tre volte prima della fine del burrocacao. Poi anche su questo metterò la parola “fine” e di una cosa sono sicura: non comprerò mai più un burrocacao alla rosa.

Lasciarsi ai tempi di facebook

“E proprio io che ti amo ti sto implorando, aiutami a distruggerti” diceva Zarrillo, ma lo diceva tanti anni fa, quando era ancora possibile non leggere continui aggiornamenti di stato della persona amata, non spararsi giornalmente le sue foto al mare, in montagna, con le amiche a prendere l’aperitivo, quando il geotag non esisteva e quindi si era meravigliosamente ignari di dove lei, la donna che ha masticato e sputato il tuo cuore come una gomma americana, stia passando il suo tempo.

Prima era diverso. Niente messaggi, niente e mail, niente geotag. Per parlare con la persona in questione dovevi o chiamarla a casa o stolkerarla all’uscita del lavoro. Ora no e magari ci si mette anche l’uccellino azzurro, sì perchè grazie a i tweet posso conoscere il suo pensiero e seguire in tempo reale e 140 caratteri alla volta la sua rinascita.

Questo è il motivo per il quale, in caso di amore non corrisposto o miseramente finito, tendo a cancellare la persona in questione da ogni genere di social network. Di solito funziona.

Nello specifico però ho fatto uno strappo e sono andata a dare un’occhiata, grazie un’amica poco attenta (o eccessivamente lungimirante), alla pagina della mia “aiutami a distruggerti” e che dire, è stata l’eccezione che conferma la regola.

Ho visto canzoni alla “amici mai” dedicate a terze persone, ho letto di nuove e grintose prospettive personali… e allora ho pensato che forse, geotag a parte, non è così male vedere l’esibizione pubblica della nostra ragazza Zarrillo.

Forse, guardare come una persona promuove bene il suo status da persona ritrovata e viva puo’ permettere a te di essere una persona ritrovata e viva molto prima di quanto lei stessa lo diventi realmente.

E allora grazie facebook, anche se avrei forse preferito una sana stolkerata all’uscita dell’università.

 

“Cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?”