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Nessuna notte è infinita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita” 

Avrei dovuto ripetermelo e ripeterglielo 100, 1000 volte quei giorni in cui o per il caldo o per paura che entrassero i suoi genitori in camera mi sono privata di dormire attaccata a lei. Ma come avrei mai potuto immaginare che sarebbero state le ultime notti insieme?

Mi sento incompleta di giorno senza di lei ma di notte non sono solo incompleta, sono niente. Notti bastarde, notti di ricordi talmente intensi che sembrano realtà tangibile, notti di “se” che ti bloccano lo sterno. Poi succede che mi addormento e quando mi sveglio ricomincio la mia quotidianità all’ombra di un’amore che non è ma che non posso non vivere anche solo passivamente. Lo prendo e lo vivo ostinatamente, con un rigore quasi militare, proprio io che sono stata accusata di essere incostante.

Il problema, quando la rabbia finisce, è che rimane tutto il resto, e tra il resto c’è la gratitudine. Come se fossi affetta dalla Sindrome di Stoccolma amo il mio aguzzino e lo ringrazio, lo ringrazio perché sto imparando, lo ringrazio perché sto crescendo, lo ringrazio perché sto amando e  perché sono certa che tutto questo mi aiuterà in futuro a non perdere momenti preziosi e a non pensare mai più che niente sia scontato o infinito.

Sì, perché niente è infinito, neanche la notte.

La seconda volta non si scorda mai

On air: Fila la lana _ Fabrizio De Andrè

La mia prima storia d’amore seria finì dopo un anno e mezzo. Dieci mesi fantastici e dieci di agonia più totale causati principalmente dalla mia immaturità.

Ci lasciammo la prima volta in estate, mi lasciò lei mentre stavamo andando in vacanza. Ricordo la mia più completa incapacità di reagire, la mia paura nel guardarmi allo specchio e non riconoscere la persona che vi era riflessa. La superai in qualche mese, grazie anche ad un’altra ragazza dal cuore spezzato. Ci facevamo compagnia, parlavamo tanto e ancora di più facevamo l’amore… non nego di aver pensato di potermi innamorare di lei. Poi la mia prima storia d’amore seria decise di tornare da me e mi crollò il mondo addosso.

Priva di ogni difesa decisi di affidarmi nuovamente a lei, ma finì definitivamente poco dopo. La seconda rottura fu incredibilmente più dolorosa della prima. Andai a Bologna poco dopo, era il sei di gennaio. Bologna era piena di bancarelle colme di dolciumi, era profumata e resa ancora più magica dalla neve che aveva cominciato a cadere proprio nel momento in cui arrivai in Piazza Maggiore.

Ricordo che i Bolognesi, infreddoliti, si riparavano sotto i portici. In piazza c’ero solo io seduta su in gradino di San Pancrazio, Bologna era mia, la piazza era mia, la neve era mia, lei no, non lo sarebbe più stata. Su quei gradini cominciai a piangere da sola. Non so per quanto tempo piansi ma ricordo perfettamente l’aspra sensazione nel momento in cui mi alzai con la consapevolezza che si era appena chiuso un capitolo della mia vita.

Sono passati quattro anni e ieri sono tornata a Bologna. Il biglietto era stato fatto da tempo e non potevo prevedere che di nuovo quella città mi avrebbe dovuto dare la forza per affrontare un distacco. Io e lei ci amammo da subito, per mandare avanti il nostro rapporto abbiamo mentito, abbiamo tradito, abbiamo superato situazioni che fino ad un anno fa, chiuse nella nostra dolce routine, non avremmo mai pensato di affrontare. Abbiamo convissuto nella stessa città per poco più di cinque travagliati e magici mesi e i problemi, quelli veri, sono arrivati dopo.

Non ci siamo mai messe insieme ma ci siamo lasciate la prima volta a marzo, poi tornò. Ci siamo lasciate la seconda volta qualche giorno fa. “Vado a Bologna” le ho detto “poi ho già preso il biglietto per venire da te. Sono lì nel primo pomeriggio”. La risposta è stata un triplice no, e diciamocelo un “no no no” fa molto più male di un solo no.

Questa volta non ho pianto sui gradini di San Pancrazio ma chiusa nel bagno di un treno per Bologna. Ho camminato per due giorni con quel biglietto in tasca e oggi in stazione l’ho buttato. Di nuovo questa città mi ha teso la mano e in qualche modo mi ha salvata.

Io la ringrazierò andandoci a vivere, è solo questione di mesi.

Mai riaccendere un cellulare dopo anni in cui l’hai lasciato spento.

” Mi sono sentita Donna, in controllo, capace di fare qualunque cosa, affamata di te, perdutamente in preda al piacere e alla voglia di piacere. Eri veramente bella e mi sentivo fortunata ad averti fra le mani. Volevo lasciarti un mio segno addosso, qualcosa per aggiungere bellezza alla bellezza.”

Mai riaccendere un cellulare dopo anni in cui l’hai lasciato spento. Certe cose  anche a distanza di anni possono sconvolgere.

Dove dovrei essere? Non qui.

On air: Paradise – Coldplay

Dovrei essere in macchina, seduta accanto al guidatore, forse un po’ addormentata.

Occhiali da sole, braccio fuori dal finestrino e profumo Calvin Klein che, come sempre, mi fa sentire in un posto sicuro.

Dovrei essere in macchina, direzione Torino. Torino è’ una città che da un anno a questa parte è diventata contenitore di troppe cose: idee, progetti, persone che sono pezzi di vita più che altro.

Ero in Spagna quando uscì l’ultimo cd dei Coldplay, e Dio solo sa quanto mi piacque. Ci sono musiche che sono come persone, te ne innamori fin dal primo istante, e lasciarle andare è a dir poco impossibile.

Quando ero in Spagna di cose strane ne sono successe, amori altalenanti e paralleli, convinzioni che crollano, mattoni su mattoni che costruiscono certezze che poi certezze non saranno. Io avevo le mie idee, pensavo di aver trovato la mia persona, e pensavo di voler condividere con lei tutto, musica compresa.

Poi io e lei con i Coldplay avevamo un ricordo particolare legato ad una notte di San Lorenzo passata a cercare stelle cadenti nel soffitto della sua camera con il naso rivolto al soffitto e “Yellow” in cuffia.

Quando uscì la data italiana e i biglietti furono messi in vendita ricevetti una chiamata proprio da quel luogo dove avevamo espresso desideri dalle stelle che immaginavamo cadere dall’intonaco:

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I biglietti c’erano, il concerto sarebbe stato nostro.

E poi cos’è successo? Quel concerto si è trasformato in un contenitore di aspettative e di speranze, di sogni anche. Immaginavo di tirare fuori un anello dalla tasca, proprio io che agli anelli sono allergica, e di comportarmi per una volta nella vita da persona adulta.

Poi il giorno di oggi, invece di avvicinarsi, si allontanava e insieme a lui si sono allontanate le persone, i sogni e tutto il resto. In quella macchina non ci sono e mi auguro di cuore che lei che  torni da questo concerto in qualche modo più libera di com’è partita.

E anche se sono l’ultima persona a poterlo fare, da qui, da camera mia, ti dedico ogni colore, ogni nota, ogni brivido che quel concerto sarà in grado di farti provare. Te lo meriti tutto, e che sia fonte di gioia e non di tristezza.

Buon concerto stella mia,

siamo state sagge a non vederci ieri, nessuna delle due altrimenti sarebbe riuscita a reggere la giornata di oggi.

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Senza lanciare segnali di bisogno

Bene, è mezzanotte.

Un rapido punto della situazione: mancano quarantotto ore, cinquantacinque per la precisione e io mi sto cagando sotto.

Ricordo le pareti di quella sala d’aspetto come se ci avessi passato degli anni interi dentro più che una sola notte. La tv era impostata sbadatamente su un programma contenitore di sketch comici di Aldo Fabrizi e della coppia Vianello Mondaini e insieme a me c’era qualche altro malcapitato che aspettava di sapere se chi stava dentro se l’era cavata, c’era un barbone poi, puzzava da morire, ma io me ne accorsi solo molto dopo.

L’idea di tornare lì mi paralizza e l’idea di non avere nessuno accanto a cui stringere la mano per tutto il tempo mi fa sentire forte e fragile allo stesso momento.

Ricordo che quando operarono mia madre al cuore, la mia famiglia, per mantenere alte le origini siciliane sgranò il rosario per tutta la durata delle otto ore. Io invece passeggiavo per i corridoi e per i giardini del policlinico con una mia amica delle superiori, l’unica che, contrariamente ad ogni aspettativa si era presentata lì per rendere meno interminabile quel tempo. 

Purtroppo non la sento più, ma le sarò in qualche modo debitrice a vita.

Mi piacerebbe ricevere senza chiedere per una volta, vorrei un sostegno perché temo di non riuscire a sostenere.

Solo una volta. Prendere un abbraccio senza dare, senza lanciare segnali di bisogno.

Che poi è assurdo, io odio abbracciare la gente, il contatto fisico (quello affettuoso, non quello sociale e scherzoso) mi paralizza ma giuro che ora pagherei oro per essere abbracciata da qualcuno, anche da uno sconosciuto, purché mi tenga stretta a se per le prossime cinquantasei ore, fino a quando non è tutto finito.

Due baci ancora, e poi sarò libera

On air: The hardest part – coldplay

Ho conservato, in questi mesi, la possibilità di baciarti.

Immagino sia patetico, ma chi non fa cose patetiche quando nessuno lo vede?

Si tratta di un burrocacao alla rosa che mi hai regalato poco prima di partire. La prima volta che mi baciasti con quello sulle labbra io, inebetita, ero lì a chiedermi come fosse possibile che qualsiasi cosa che fosse di tua proprietà potesse avere un così buon sapore.

Tu lo usavi con parsimonia, ogni tanto mi regalavi la possibilità di poter baciare due petali di rosa e io mi sentivo fortunata.

Ora che non ci sei e non ci sarai più a me è rimasto solo questo oggettino rosa, che mi hai messo in tasca qualche ora prima di prendere l’autobus. Maglietta, post it, libri, con il senno di poi stanno perdendo un po’ di valore… ma il sapore dei tuoi baci rimane qui, e lo uso come te, con parsimonia.

Aprendolo oggi mi sono resa conto di poter rivivere quest’ esperienza ancora due o forse tre volte prima della fine del burrocacao. Poi anche su questo metterò la parola “fine” e di una cosa sono sicura: non comprerò mai più un burrocacao alla rosa.

“Cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?”