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Ci penso da una decina di giorni ormai ma non riesco a darmi una risposta.

Una persona ha provato ad aiutarmi a capire, ma era una persona imparziale e quindi non le ho creduto. A mia volta ho provato a dare io la soluzione ad un’altra persona, ma ero imparziale io e non mi sono creduta.

La domanda è: “perchè crogiolarsi nell’infelicità è molto più facile che accettare la felicità?”

Estratti di Moleskine

Estratto 1

Ci sono cose, parti del corpo per la precisione, che quando si rompono provocano più magagne delle altre.

Dicono che quando ti rompi una costola, ad esempio, è terribile. Cosa differenzia, ad esempio, una costola da una tibia? C’ho pensato un pò e alla fine la risposta era piuttosto scontata: Il gesso.

Il gesso tiene ferme le parti spezzate e, in questo modo, rende più facile la ricostruzione e la convalescenza e le costole, a causa della loro posizione, non si possono ingessare.

E un cuore spezzato?

Un cuore spezzato è come una costola incrinata. Devi stare fermo, prendere qualche antidolorifico se credi, ed avere la pazienza che guarisca da sè.

Cuore e costole sono infami, avrei preferito una tibia.

Estratto 2

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La seconda volta non si scorda mai

On air: Fila la lana _ Fabrizio De Andrè

La mia prima storia d’amore seria finì dopo un anno e mezzo. Dieci mesi fantastici e dieci di agonia più totale causati principalmente dalla mia immaturità.

Ci lasciammo la prima volta in estate, mi lasciò lei mentre stavamo andando in vacanza. Ricordo la mia più completa incapacità di reagire, la mia paura nel guardarmi allo specchio e non riconoscere la persona che vi era riflessa. La superai in qualche mese, grazie anche ad un’altra ragazza dal cuore spezzato. Ci facevamo compagnia, parlavamo tanto e ancora di più facevamo l’amore… non nego di aver pensato di potermi innamorare di lei. Poi la mia prima storia d’amore seria decise di tornare da me e mi crollò il mondo addosso.

Priva di ogni difesa decisi di affidarmi nuovamente a lei, ma finì definitivamente poco dopo. La seconda rottura fu incredibilmente più dolorosa della prima. Andai a Bologna poco dopo, era il sei di gennaio. Bologna era piena di bancarelle colme di dolciumi, era profumata e resa ancora più magica dalla neve che aveva cominciato a cadere proprio nel momento in cui arrivai in Piazza Maggiore.

Ricordo che i Bolognesi, infreddoliti, si riparavano sotto i portici. In piazza c’ero solo io seduta su in gradino di San Pancrazio, Bologna era mia, la piazza era mia, la neve era mia, lei no, non lo sarebbe più stata. Su quei gradini cominciai a piangere da sola. Non so per quanto tempo piansi ma ricordo perfettamente l’aspra sensazione nel momento in cui mi alzai con la consapevolezza che si era appena chiuso un capitolo della mia vita.

Sono passati quattro anni e ieri sono tornata a Bologna. Il biglietto era stato fatto da tempo e non potevo prevedere che di nuovo quella città mi avrebbe dovuto dare la forza per affrontare un distacco. Io e lei ci amammo da subito, per mandare avanti il nostro rapporto abbiamo mentito, abbiamo tradito, abbiamo superato situazioni che fino ad un anno fa, chiuse nella nostra dolce routine, non avremmo mai pensato di affrontare. Abbiamo convissuto nella stessa città per poco più di cinque travagliati e magici mesi e i problemi, quelli veri, sono arrivati dopo.

Non ci siamo mai messe insieme ma ci siamo lasciate la prima volta a marzo, poi tornò. Ci siamo lasciate la seconda volta qualche giorno fa. “Vado a Bologna” le ho detto “poi ho già preso il biglietto per venire da te. Sono lì nel primo pomeriggio”. La risposta è stata un triplice no, e diciamocelo un “no no no” fa molto più male di un solo no.

Questa volta non ho pianto sui gradini di San Pancrazio ma chiusa nel bagno di un treno per Bologna. Ho camminato per due giorni con quel biglietto in tasca e oggi in stazione l’ho buttato. Di nuovo questa città mi ha teso la mano e in qualche modo mi ha salvata.

Io la ringrazierò andandoci a vivere, è solo questione di mesi.

Shhhh

Li amo i silenzi quando parlano, quando sono rilassati.

Ce ne sono altri invece che non parlano, urlano. Io con la gente che urla non ho mai avuto un bel rapporto, neanche quando urlo io.

Poi ci sono quelli che si toccano, come quelli in ascensore o quelli di casa mia durante i pasti, sono ruvidi quelli, puoi sfiorarli quando allunghi la mano per prendere la bottiglia dell’acqua e ti lasciano addosso una sensazione spiacevole.  Ecco, questi sono quelli che sopporto meno di tutto.

Le cose ruvide mi infastidiscono più di quelle che urlano. Non si gioca con il tatto, mai.

Dove dovrei essere? Non qui.

On air: Paradise – Coldplay

Dovrei essere in macchina, seduta accanto al guidatore, forse un po’ addormentata.

Occhiali da sole, braccio fuori dal finestrino e profumo Calvin Klein che, come sempre, mi fa sentire in un posto sicuro.

Dovrei essere in macchina, direzione Torino. Torino è’ una città che da un anno a questa parte è diventata contenitore di troppe cose: idee, progetti, persone che sono pezzi di vita più che altro.

Ero in Spagna quando uscì l’ultimo cd dei Coldplay, e Dio solo sa quanto mi piacque. Ci sono musiche che sono come persone, te ne innamori fin dal primo istante, e lasciarle andare è a dir poco impossibile.

Quando ero in Spagna di cose strane ne sono successe, amori altalenanti e paralleli, convinzioni che crollano, mattoni su mattoni che costruiscono certezze che poi certezze non saranno. Io avevo le mie idee, pensavo di aver trovato la mia persona, e pensavo di voler condividere con lei tutto, musica compresa.

Poi io e lei con i Coldplay avevamo un ricordo particolare legato ad una notte di San Lorenzo passata a cercare stelle cadenti nel soffitto della sua camera con il naso rivolto al soffitto e “Yellow” in cuffia.

Quando uscì la data italiana e i biglietti furono messi in vendita ricevetti una chiamata proprio da quel luogo dove avevamo espresso desideri dalle stelle che immaginavamo cadere dall’intonaco:

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I biglietti c’erano, il concerto sarebbe stato nostro.

E poi cos’è successo? Quel concerto si è trasformato in un contenitore di aspettative e di speranze, di sogni anche. Immaginavo di tirare fuori un anello dalla tasca, proprio io che agli anelli sono allergica, e di comportarmi per una volta nella vita da persona adulta.

Poi il giorno di oggi, invece di avvicinarsi, si allontanava e insieme a lui si sono allontanate le persone, i sogni e tutto il resto. In quella macchina non ci sono e mi auguro di cuore che lei che  torni da questo concerto in qualche modo più libera di com’è partita.

E anche se sono l’ultima persona a poterlo fare, da qui, da camera mia, ti dedico ogni colore, ogni nota, ogni brivido che quel concerto sarà in grado di farti provare. Te lo meriti tutto, e che sia fonte di gioia e non di tristezza.

Buon concerto stella mia,

siamo state sagge a non vederci ieri, nessuna delle due altrimenti sarebbe riuscita a reggere la giornata di oggi.

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Lasciarsi ai tempi di facebook

“E proprio io che ti amo ti sto implorando, aiutami a distruggerti” diceva Zarrillo, ma lo diceva tanti anni fa, quando era ancora possibile non leggere continui aggiornamenti di stato della persona amata, non spararsi giornalmente le sue foto al mare, in montagna, con le amiche a prendere l’aperitivo, quando il geotag non esisteva e quindi si era meravigliosamente ignari di dove lei, la donna che ha masticato e sputato il tuo cuore come una gomma americana, stia passando il suo tempo.

Prima era diverso. Niente messaggi, niente e mail, niente geotag. Per parlare con la persona in questione dovevi o chiamarla a casa o stolkerarla all’uscita del lavoro. Ora no e magari ci si mette anche l’uccellino azzurro, sì perchè grazie a i tweet posso conoscere il suo pensiero e seguire in tempo reale e 140 caratteri alla volta la sua rinascita.

Questo è il motivo per il quale, in caso di amore non corrisposto o miseramente finito, tendo a cancellare la persona in questione da ogni genere di social network. Di solito funziona.

Nello specifico però ho fatto uno strappo e sono andata a dare un’occhiata, grazie un’amica poco attenta (o eccessivamente lungimirante), alla pagina della mia “aiutami a distruggerti” e che dire, è stata l’eccezione che conferma la regola.

Ho visto canzoni alla “amici mai” dedicate a terze persone, ho letto di nuove e grintose prospettive personali… e allora ho pensato che forse, geotag a parte, non è così male vedere l’esibizione pubblica della nostra ragazza Zarrillo.

Forse, guardare come una persona promuove bene il suo status da persona ritrovata e viva puo’ permettere a te di essere una persona ritrovata e viva molto prima di quanto lei stessa lo diventi realmente.

E allora grazie facebook, anche se avrei forse preferito una sana stolkerata all’uscita dell’università.

 

On air: Heartlines _ Florence + the macine

Vorrei delle bombe atomiche dall’effetto provvisorio.
Il fatto, penso, è che prima non conoscevo nessuna alternativa.
Quando sei nella merda e conosci solo la merda alla fine all’odore ti abitui anche piuttosto bene. Il problema è quando ti rendi conto che puoi aprire le finestre e che in quel momento l’odore va via allora richiudere le finestre diventa un problema.

Io resto in Spagna, tanto c’hanno pure il bidet.

Ti voglio bene eh…ma ti devo dare torto.

“La felicità non è reale se non è condivisa”

Dovevi andare in Alaska e sei morto così, come un coglione da solo a causa di un’erbetta malefica. Nel tuo caso se ti fossi preso quella famiglia di figli dei fiori che tanto ti amava o quella bella ragazza che non aveva occhi che per te non saresti morto o almeno, non da solo.

Ma non generalizzare per favore. Per me è tutto il contrario: agogno la felicità in solitudine. Obiettivo lontano ma non per questo meno raggiungibile. La felicità in solitudine, caro Supertrump, è il mio Alaska.

 

On air: vanderlyle crybaby geeks _ The National

25 lug. 11

Roma – Siena.

Il percorso è facile, l’ho fatto un milione di volte in questi venticinque anni (arg, come suona male vederlo scritto). Dicevo: il percorso è facile, ma oggi ho sbagliato e sono andata verso Perugia. Non me ne sono accorta subito, ma dopo 40 km, che sommati agli altri quaranta che ho fatto per riprendere la retta via fanno ben ottanta e dico ottanta km di errore on the road.

Ho sbagliato a causa di un vizietto che mi porto dietro da qualche anno: penso come se scrivessi, con tanto di virgole, due punti e quant’altro. Penso in maniera sintatticamente corretta perché do un valore molto alto ai miei sproloqui mentali e credo che andrebbero scritti. Quando poi ho il tempo per scrivere però mi è già passata la voglia e, a dirla tutta, mi sono già scordata ciò che avevo partorito qualche ora prima.

Oggi in particolare mi sono soffermata a pensare agli animali morti sul ciglio della strada, alla strana curiosità che ho nel vedere queste strane autopsie a cielo aperto. Cosa ho pensato esattamente però non lo ricordo, ma volevo scriverci due righe giusto per dare un senso al mio fuori pista di oggi.

26 lug. 11

E’ come quando ti lasci con una persona ed a un certo punto ti dimentichi il perché e ti ricordi solo le cose belle.

La distanza aiuta eccome i rapporti, non è vero che li distrugge. Bisogna mancarsi, è questa la chiave per ogni relazione degna di questo nome. Anche dopo ottant’anni insieme ad una persona x, quella deve mancarti, altrimenti il rapporto si sfascia.

La prova vivente siamo io e i miei genitori, ci siamo rivisti dopo una settimana di buio e ora ogni nostra parola trasuda amore. E pensare che quando sono partita a malapena ci rivolgevamo la parola. Mi piace così e, grazie al cielo, questo stato di grazia si perpetuerà ancora per un po’ considerando che dopodomani me ne ritorno a casa.

Pensierino: Sia mai che dopo i sei mesi di Erasmus ci trasformeremo nella famiglia del mulino bianco??

Orologi da promoter

 

On air: Sottofondo sanremese che viene dal fondo del corridoio

Io e le altre ragazze del lavoro parlando abbiamo notato di aver sviluppato una capacità decisamente utile: Noi riusciamo a capire che ore sono a seconda dei dolori che abbiamo.

La cosa può essere ricondotta senza sforzi alla teoria Darwiniana dell’adattamento, quasi come se la lombalgia e il mal di piedi fossero le nostre branchie. Magari ci scrivo su la tesi di laurea, magari.